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Non sono un grande amante del Correggio, i miei maestri sono altrove, eppure se c'è un
quadro che mi ha sempre turbato, persino fisicamente, questo è la Danae della galleria
Borghese. La scena è quella di un matrimonio celeste (la principessa riceve Giove,
trasformato, per aggirare l'inutile prigionia imposta dal padre, in una nuvola d'oro), ma le
nozze divine assumono una fisicità, una sensualità ai limiti dell'indecenza. Danae, supina,
si offre totalmente, senza remore - le gambe aperte - al suo dio. Ma il dio per lei è
nascosto: infatti ella non lo vede, il suo sguardo, così rassicurante, placido, terreno, è
rivolto al ventre, al lenzuolo che, ultimo velo, un Amore seduto sul bordo del letto sta per
strapparle via. Ed è soltanto Amore, I'intermediario che rende possibile il connubio, ad
aver gli occhi rivolti verso l'alto. Solo lui può guardare la nuvola d'oro che domina il
quadro e che allo stesso tempo ne sfugge. Giove nella sua metamorfosi è al vertice della
scena, ma della sua epifania noi vediamo solo il margine inferiore. Potenza assoluta, la
divinità resta insondabile, invedibile, illeggibile agli occhi terreni. Per questo Danae non
alza gli occhi al cielo. Non è pudore, nè malizia. E' che proprio non può, non sa vedere il
tremendo della divinità. Se l'eros terrestre può, qualche volta, unirsi a quello celeste, è per
inconsapevolezza.
Naturalmente quando è nata la mia scultura, non mi ricordavo nemmeno di esserci stato
alla Galleria Borghese. Però una volta finita, ho scoperto, se così si può dire, che lì dentro
c'era un po' di Danae. Danae è la cera: materia così femminile, docile, veritiera, pronta ad accogliere ogni gesto, ogni segno che sia compiuto dal tempo, dal fuoco, dal caso, qualche volta persino dall'artista. Le sue nozze sono con il sole che, grazie alla lente d'ingrandimento - guarda caso l'intermediario è proprio uno strumento legato alla visione - si rivela nella sua natura di luce e calore, può sciogliere il manto del carro, trasformarlo, lasciare per sempre le tracce del suo passaggio, ripeterle ogni giorno, ogni giorno impercettibilmente mutando la sua traiettoria. Danae è una pelle sensibile esposta agli accadimenti, il contrario di una macchina celibe, è una fabbrica dell'accettazione, un fedele strumento di registrazione di un incontro che in realtà è sempre presente, e che pure awiene, quasi sempre, in segreto, nell'incoscienza, al buio. Essa si abbandona all'evento del tempo, gravido di accadimenti, si dispone all'accoglimento del futuro. Non sarà un dio, il tempo, ma è pur sempre un mistero, e forse è l'unico signore che ci è rimasto. Questo connubio potrebbe anche evocare altri incontri, altre folgorazioni più sottili: ma su queste cose - consiglia il filosofo - è meglio tacere. In fondo siamo tutti un po' Danae, quasi sempre all'oscuro, qualche volta illuminati improvvisamente. Danae, infine, è una scultura lenta. Lentamente il suo corpo si modifica, così come ci modifichiamo noi tutti senza saperlo. Questo è un secolo breve, rapido, la velocità è diventata un valore, e il tempo un bene raro, prezioso. D'accordo, è inevitabile, e magari è anche un bene. Ma creare qualche contrattempo, qualche luogo deputato ad un tempo placato, qualche recinto della lentezza, non può fare così male. Magari, come da Danae venne alla luce Perseo, potrebbe anche nascerne qualcosa. Gregorio Botta |