Pasolini e la morte
di
Achille Bonito Oliva
Ho conosciuto Pasolini nel 1965, a Napoli, nel corso di una
conferenza, e avevo anche parlato a lungo con lui tutta una
sera, dopo cena, ricavando una sensazione di grande
delicatezza e di socratica prevaricazione da parte di un
uomo che escogitava anche la dolcezza per entrare in
contatto con gli altri; ma in realtà mi sono avvicinato
all'opera di Pasolini tramite Zigaina.
Zigaina alcuni anni fa mi aveva fatto la strana proposta di
presentare con lui, a New York, una mostra di disegni e di
pitture di Pasolini.
All'inizio, quando mi fece questa proposta, io ero molto
perplesso, in quanto stimavo sinceramente Pasolini regista,
ma meno il Pasolini romanziere, narratore e poeta, e avevo
paura che in qualche modo la sua produzione figurativa
avesse quello che io ritenevo gli stessi vizi ideologici
della sua produzione letteraria.
Incoraggiato da Zigaina, invece, ho guardato con attenzione
queste opere e devo dire francamente che fui preso dalla
loro qualità, oltre che dall'itinerario che Zigaina stesso
aveva predisposto: una "trappola" forse, ma molto efficace
e estremamente persuasiva. E scrissi un saggio che
s'intitola Difficoltà dell'essere e grazia
dell'apparire; perche la chiave di lettura in esso
contenuta (io ho letto con molta attenzione il libro di
Zigaina Pasolini e la morte, e Zigaina d'altra
parte non mi aveva ancora fatto conoscere del tutto l'opera
di scavo che stava effettuando nella produzione
esistenziale e culturale di Pasolini), perchè la chiave di
lettura ripeto contenuta nel mio saggio potrebbe anche
aprire l'anticamera dove poi Zigaina espone le sue teorie e
le sue idee su Pasolini. Infatti io ho sempre pensato al
poeta frinlano come a un'artista manierista, artista di stile e
produttore di linguaggi a partire dalla memoria di altri
linguaggi. Pasolini, dunque, artista recintato nell'area
del linguaggio, ma tutto teso nello sforzo eroico di
penetrare, attraverso il linguaggio stesso, nella vita.
Da qui il dissidio: il dramma di Pasolini artista che ha la
coscienza di operare nello spazio della metafora e nello
stesso tempo uomo esistente che vorrebbe - attraverso il
linguaggio - penetrare nella realtà delle cose.
Nel corso di questo secolo abbiamo tre figure emblematiche
tra arte, letteratura e vita: D'Annunzio, Beuys e Pasolini.
E' chiaro che nel caso di Beuys, data la matrice culturale
tedesca della sua formazione scilleriana l'arte è concepita
come educazione, e l'estetico come educazione anche delle
masse; I'arte insomma è un'arma capace di plasmare il
corpo sociale così come si dà forma a una scultura.
Abbiamo dunque l'artista demiurgo che assumendosi
l'autorità di questo gesto si propone come un grande artista
romantico.
Ma nel caso di D'Annunzio e Pasolini, pur esistendo delle
differenze tra i due, possiamo anche sulla scia di una
tradizione considerarli entrambi vati, ossia
interpreti del proprio tempo; e nel contempo stesso profeti di un
futuro che essi non vivranno ma che hanno anticipato col
loro comportamento.
Sono due artisti, D'Annunzio e Pasolini, che hanno
scritto anche con la loro azione e qui comincio a
dare subito merito a Zigaina di averlo apertamente
dichiarato. Pasolini è un artista che ha fatto scritture e
linguaggi integrati dal proprio comportamento; così come
in un certo senso lo ha fatto D'Annunzio quando, con un
comportamento esaltato da una grande attività letteraria e
poetica, realizzava un vero e proprio monumento a se
stesso.
Da una parte il vate di marmo, D'Annunzio, militare
esemplare che puntava, con il suo retroterra culturale
nietzscheiano, ad una esemplarità capace di porlo al di
sopra degli altri: artista, dunque, serenamente
antidemocratico. Dall'altra, invece, Pasolini democratico.
Ma democratico nel senso che egli, pur sentendosi come gli
altri, fonda la propria esperienza su un corpo a corpo con
gli altri, ossia in un rapporto non di ordine gerarchico,ma orizzontale Senonché D'Annunzio - visto dai più
come un'artista "decadente"e quasi ottocentesco - è un
qualcuno che (preceduto da Balzac) ha anticipato
l'industria culturale. Un qualcuno che scriveva su
committenza, che trovava il nome alla "Rinascente",
all"'Aurum", agli "Amari", che faceva del copyright una
seconda professione, che investiva col linguaggio ogni
possibilità produttiva fino a sentirsi umiliato tra
un'ammissione di se stesso super-omimica e il commercio
che da quelle attività riusciva a trarre - in una società che
si avviava ad essere sempre più massificata e
industrializzata.
Dall'altra parte invece abbiamo quello che potremmo
chiamare un vate di carne: Pasolini. Il quale adotta la
scrittura del corpo che passa attraverso l'attività letteraria,
la sequenza filmica, il romanzo, gli scritti corsari sul
"Corriere della Sera": una doppia scrittura capace di
coesistere e di connettersi poiché egli la considerava non
una spaccatura tra arte e vita bensì la possibilità, e il
piacere, di quella che Zigaina definisce con giuste
testimonianze "contaminazione totale".
Ed ecco che questa parola ci introduce in uno scenario
culturale a noi molto vicino.
Pasolini è qualcuno che, stranamente - anche se spesso
equivocato come ultimo nostalgico cantore di una
improponibile civiltà contadina -, leggendo i vizi della
civiltà industriale, aveva preconizzato gli scenari del
post-moderno. E la contaminazione, come sappiamo, è
proprio l'adduzione strategica di un atteggiamento legato
alla constatazione che non esistono più ancoraggi a valori
sicuri, che non esiste più un'ideologia, un parametro di
marmo a cui appigliarsi; di qui la constatazione che la storia
si svolge non più su un percorso rettilineo ma mediante
andate e ritorni, sgomitate e contradizioni.
La contaminazione in Pasolini avviene dunque sia
attraverso questi due livelli di scrittura del
quotidiano ed esemplarietà del linguaggio alto della cultura
sia attraverso una pluri-attività: ossia attraverso il recupero
della figura del produttore neoumanista capace
Trasumanar e organizzar
Trasumanar e Organizzar è il titolo di una raccolta di poesie
pubblicata nel 1971. Ma, come molti altri titoli delle opere di
Pasolini, esso costituisce un coagulo di senso estremamente
significativo.
Rispondendo a una domanda dello scrittore francese Jean
Duflot, che in una intervista lo accusa di dedicarsi troppo ai
problemi del mito e di allontanarsi quindi dal realismo, Pasolini
risponde: "Tutto ciò che è mitico è realistico e
viceversa". E fa l'esempio di San Paolo; il quale pur
avendo avuto una grande esperienza mistica (la folgorazione
sulla strada di Damasco) è stato anche
l'organizzatore della Chiesa. Il che vuol dire spiega
Pasoliniche la trasumanizzazione (l'esperienza
mistica di Paolo) è l'altra faccia
dell'organizzazione. In tal modo il poeta-regista fa
intravedere al suo intervistatore che Trasumanar e
organizzar è come un Giano bifronte. In una faccia
trasumanare, nell'altra organizzare.
Il che ci autorizza a leggere il titolo o da sinistra a destra
(Trasumanar e organizzar) o da destra a sinistra (Organizzar e
trasumanar).
Ma essendo i verbi uno transitivo (organizzare) e l'altro
intransitivo (trasumanare), quest'ultimo diventa un verbo
sostantivato e dunque il complemento oggetto del primo.
Abbiamo così il vero e unico significato del titolo:
"Organizzar il trasumanar"
di passare attraverso le più infinite prove
linguistico-espressive.
Ma contaminazione non significa ovviamente confusione.
Contaminazione in ogni caso significa accettazione della
contraddizione.
Pasolini ha messo in scena le sue contraddizioni fino
all'esibizione. Egli cioè ha cercato di
rappresentare il corto circuito tra arte e vita,
tra se stesso e gli altri uomini. E direi che lo ha fatto con un
intransigente atteggiamento religioso di tipo cattolico e
controriformista.
D'altra parte la sua passione per il manierismo e per il
Pontorno in particolare si spiegano anche nell'ottica di
questa coincidenza, perché egli viveva esplicitamente la
propria omosessualità; non perché l'accettasse, ma perché
aveva deciso di metterla in scena, sulla scena pubblica, in
tutte le sue lacerazioni e contraddizioni.
Come un vate, appunto, si assumeva il diritto di produrre
ogni azione possibile, ogni gesto, col bisogno di confessare
(non a caso quindi il mio riferimento ad una fede precisa)
non solo la conflittualità, ma anche la lacerazione e la
contraddizione che ne conseguono. Egli cioè cercava lo
scandalo della presenza dell'altro, dello
"spettatore che ama e si appassiona", come si cerca una
presenza amorosa, e non a caso Zigaina richiama e
sottolinea il concetto della santità di tale spettatore.
La santità dello spettatore non consiste nella "connivenza"
o nella disinteressata coazione ma in una scandalosa
presenza che non è specchio neutrale bensì
compartecipazione spirituale, o pura e carismatica
empatia. Si tratta dunque di una alleanza amorosa che
risponde all'azione e ne è la risposta. Insomma, è proprio
la santità dello spettatore quella che permette a Pasolini di
non sentirsi solo in un deserto.
Pasolini concepisce l'azione come quella dell'eroe, e perciò
la concepisce in senso mitico; ed è un mito, quello da lui
concepito, che si inscrive tuttavia nei cicli di una cultura
decadente. L'azione come tensione esasperata ("Una
disperata vitalità") è l'unico modo per recuperare una vita
frantumata e contradditoria che tende
a sfuggire. Dunque, solo il gesto forte poò produrre una
tenuta ed un sentimento delle cose.
Ma qual è la differenza tra i due poeti? Ecco, nel caso per
esempio della beffa di Buccari di D'Annunzio abbiamo
l'esemplarietà, il gesto forte, un gesto superominico che
vuole utilizzare gli altri semplicemente come specchio.
D'annunzio è veramente il poeta militare che va alla
conquista del sociale. Per contro, Pasolini è l'artista che in
qualche modo vuole conquistare ed essere conquistato.
Lavora sullo scambio e sulla dialettica, sullo scontro ma
anche sulla confluenza. Pasolini dunque è un poeta, ma
noncome dice Moraviaun "poeta civile. Per capire
bene il mito pasoliano dell'azione che postula e giustifica
la totale contaminazione, bisogna aprirsi a dei riferimenti
che riguardano il mondo dell'alchimia.
Eccoci allora entrati finalmente nella camera di Zigaina
dove egli predispone una lettura dell'opera-vita di Pasohni
adottando riferimenti che riguardano l'universo culturale di
questa così detta "pseudo-scienza": un universo ambiguo
dove, operando attraverso la contaminazione, si persegue
strategicamente la trasformazione degli elementi per
portarli da uno stadio basso a uno stadio alto. Ci troviamo
in tal modo davanti alla realizzazione di quel duplice
procedimento che tendendo a produrre una commistione
tra alto e basso, appunto, tra materia e spirito, si mette in
atto nel contempo una contaminazione a livelli
differenziati.
In realtà Zigaina ci propone la lettura della morte di
Pasolini come morte violenta "esibita", dove l'esibizione è
l'ostentazione di un corpo che si fa linguaggio fino ad
adottare la forma della morte in un passaggio. Si tratta
dunque di un processo di trasformazione, anzi della sua
rappresentazione: la rappresentazione del transito dalla
vita alla morte, o, meglio, del transito, attraverso la morte
(il montaggio del film) alla "vita solo vera che sarà".
E a questo proposito Zigaina, quasi a esemphficázione di
tutto ciò, ci racconta l'episodio molto significativo di
quando Pasohni si trovava a Bolzano per girare il
Decameròn.
Un'ansiosa telefonata di Franco Rossellini, il produttore
esecutivo, prega Zigaina di correre a Bolzano, perché
Pasolini, sospesa la lavorazione del film, vuole a tutti i
costi che Zigaina stesso faccia la parte del confessore.
Zigaina, vecchio Resistente, laico e antifascista, reagisce
dicendo: "Ma come? C'ho proprio la faccia da prete? ". Gli
viene il sospetto cioè di una piccola e sia pure amichevole
beffa di Pasolini. In realtà, però, durande le
ripreseattraverso momenti di silenzio rotti dalle risate
del suo amico davanti alle varie espressioni che il povero
Zigaina deve assumere secondo il copione si fa luce nella
sua mente la ragione di quella sceltà così strana ed
esclusiva. Si trattava infatti della novella di Boccaccio dove
si racconta di un killer (un "omosessuale amante degli
scandali" in cui il poeta-regista si identifica) che va al nord
per uccidere una persona che non conosce. Ma una volta
conosciuta, accetta un invito a cena e, mentre il padrone di
casa, mangiando, non sospetta di nulla, egli, Ciappelletto,
comincia ad elaborare un piano per ucciderlo.
Sennonché, improvvisamente, il povero killer si sente male
fino al punto di pensare di morire, e chiede un confessore.
Ora, attraverso la trama della trasposizione filmica e il
linguaggio in essa adottato, Zigaina s'accorge di essere
proprio lui, nella realtà, il confessore il frate santo
di cui parla Pasolini; s'accorge insomma che egli è
stato prescelto come la parte altra capace di
entrare in sintonia con la diversità. Essa dunque, questa
alterità percepita e accettata in silenzio, istituisce tra i due
quel rapporto che Zigaina ha sempre avuto con Pasolini: un
rapporto che non prevedendo la violenta identificazione
(che è una forma di prevaricazione) trova fondamento nella
reciproca e distinta diversitàoltre che in quell'indefinibile
"vuoto" richiesto dal rapporto complementare
sadomasochista fra due persone "ontologiche" una per
l'altra. Durante un sopralluogo per il film Pasolini annota
curiosamente: "A Bolzano e nei dintorni sceglierò i
personaggi per questa serie di evocazioni. Ma sarei felice se
trovassi un altoatesino che fosse in grado di farmi il frate,
tutto
d'un pezzo ma in fondo ingenuo e santo (la santità di
Ciappelletto è in realtà sua)."
Si capisce allora, da questa angolazione, che Zigaina ci aiuta
a capire come l"'altro", lo spettatore, il lettore,
I'uccisoree potremmo riferirci anche involontariamente a
Pelosi, I'assassino confessoè colui il quale viene adottato
da Pasolini per mettere in scena l'estremo atto di un
linguaggio unitario in cui arte e vita confluiscono nel
formalizzare il momento estremo della sua morte violenta:
I'unica capace di concludere la parabola di Pasolini in
termini di coerenza.
E Zigaina ci dice perché è proprio la morte ad attuarla.
Giustamente egli ci dimostra che l'opera d'arte è sempre
una formalizzazione che tende a congelare in uno spazio
esemplare un sistema linguistico sottratto ai rapporti di
comunicazione e collocato a futura memoria in quella sorta
di immobilità che ha proprio il rigore della morte. E' in tal
modo che Pasolini si fa egli stesso superficie del proprio
gesto, si fa segno del proprio corpo. Egli infatti adotta il
suo giovane assassino non come carnefice che lo elimina
dallo spazio della vita, ma come "alleato"che gli consente di
aprire un varco oltre la vita: un alleato che è anche
strumento di una trasformazione che ha tutti i crismi della
"trasfigurazione". In Orgia: la Donna all'Uomo (le due metà
di Pasolini): "Io, come vittima, tu come boia. Vittima che
vuole uccidere, tu; boia che vuole morire io."
Evidentemente questa sublime contaminazione
presuppone nel soggetto una grande pulsione narcissica.
Nel mettere in scena questo passaggio a una vita nella sna
fase più alta, ulteriore e definitiva, attraverso l'esibizione
della sna morte violenta, Pasolini, vede la propria
immagine, nello specchio del futuro, come un'immagine di
durata; anche perché egli è convinto che è proprio la morte
che permette di bloccare il processo di trasformazione che
è sempre in atto finché uno vive; egli è cosciente insomma
che la funzione della morte è proprio quella di congelare un
sistema in movimento fino a formalizzarlo, e riassumerlo,
in termini oggettivi. ("Finchè io non sarò morto nessuno
potrà dire di conoscermi veramente").
E' chiaro che per Pasolini la realtà non è l'inerte
quotidiano, ma quell'indefibile qualcosa che, non
limitandosi al solo presente, vive in un'osmosi di continuità
con il mito.
Tecnica e mito sono infatti le due dichiarate "debolezze"
di Pasolini. "Dovròegli si chiederendere conto nella
valle di Giosafat, della debolezza della mia coscienza
davanti alle attrazioni, che si identificano, della tecnica e
del mito?"
La tecnica designa un rapporto con la realtà, col fare, col
trasformare, con l'agire; e il mito, evidentemente, si profila
sul versante della storia e della cultura. Ma essi si
identificano, appunto, perché "tutto ciò che è mitico è
realistico e viceversa".
E' interessante vedere allora come, attraverso questo
cortocircuito, Pasolini inscrive la propria morte nello
spazio del mito, perché è il mito che garantisce, come
garantisce a ogni artista, la continuità e la sopravvivenza
dell'opera. E' la visione del mito che porta l'artista a
produrre e a elaborare linguaggi che abbiano la capacità di
sfidare la morte. Ecco, Pasolini è arrivato al paradosso di
sfidare la morte con la propria morte, capendo che
coniugando opera e vita, adoperando il proprio linguaggio
in termini soggettivi, poteva adottare il corpo come
linguaggio oggettivo che produce un evento. Un evento
segnalato, poi, nella cronaca, come delitto (politico) o come
inevitabile morte violenta (di un omosessuale). In realtà la
morte violenta di Pasolini è come uno spot molto forte di
luce che attraversando un deserto nel buio segnala,
circoscrive, rende esemplare tutto ciò che essa illumina.
Perché, evidentemente, il tragitto di Pasolini è un tragitto,
l' unico, che gli permette di sottrarsi all'inerte quotidiano e
alle sue effimere contraddizioni, di consegnarsi in definitiva
alla durata della storia.
Ma per Pasolini la storia è il mito: non è la storia letta
positivisticamente come effetto della lotta di classe o di
puri eventi economici o militari, ma è la depurazione del
tempo che si sedimenta attraverso i luoghi della fantasia:
quei luoghi, appunto, che sono abitati e resi abitabili dalla fantasia dell'artista. Pasolini, paradossalmente,
attraverso l'esibizione della sua morte violenta, è colui il
quale vuole istituire una sorta di ordine, e proprio a partire
da quella pulsione religiosa (e ancor prima dal sentimento
del sacro) che evidentemente gli appartiene. Significa
dunque, per lui, spostarsi in un ambito dove il conflitto
della carne, lo scandalo dell'omossessualità, il senso della
sua diversità si placano e si stemperano nell'ostentazione
del proprio corpo sacrificale. Pasolini Agnus Dei, che si
lascia uccidere come chi organizza la propria morte. E
l'organizza, si badi bene, non secondo la prevaricazione di
un povero giovane minorenne a cui, attraverso il commercio
sessuale, chiede una prestazione non consentita dal codice
d'onore sottoproletario, ma secondo i dettami di una
astuzia biologica. Ma è un'astuzia biologica, la sua, che si
presenta come strategia o tecnica di approccio alla morte.
Pasolini, da quando ha subito il trauma dell'uccisione del
proprio fratello da parte dei partigiani comunisti, ha
vissuto in un c]ima spirituale e psicologico in cui a poco a
poco si è fatto strada il principio della morte intesa come
catarsi, come purificazione, come passaggio dallo stato
basso, materico dell'esistenza allo stato alto determinato
dal gesto estremo e stilizzatore della morte. Il gesto che
apporta un nnovo senso alla vita e all'opera.
E qui Zigaina ci dà l'ulteriore chiave per capire il discorso di
Pasolini. E ce la offre, questa chiave di lettura, non tanto
quando cita la famosa frase "Il mondo non mi vuole più, e
non lo sa"che già però dà l'idea di come il poeta-regista
abbia saputo insinuarsi, attraverso lo scontro con il reale
(in questo senso parlo di astuzia biologica) nelle più
nascoste pieghe del sociale per capovolgerlo in scandalo e
per ciò stesso in amoroso sguardo di controlloma quando
invece egli mette in luce lo sconvolgente significato
attribuito da Pasolini alla parola «libertà».
Dice Pasolini in "Manifestar (appunti)": "...la libertà è
incompatibile con l'uomo / e l'uomo in realtà non la vuole,
intuendo che non è per lui..." [...] Ma la libertà
è più forte: sia pure per poco / essa vuole essere vissuta. E'
un valore [la libertà] che distrugge ogni altro valore / perchè
ogni valore non è che una difesa / eretta contro di lei".
Lette con disattenzione, queste parole potrebbero
significare una paradossale e ostentata diffidenza dell'uomo
verso la libertà. Sennonchè questi versi, in quanto
dichiarata manifestazione di senso (sia
pure per "appunti"), vanno messi in correlazione con ciò
che Pasolini predica su questo tema in un saggio scritto
probabilmente lo stesso giorno in cui compone la poesia
"Manifestar"(rendere noto). Leggiamone l'inizio:
"«Libertà». Dopo averci ben pensato ho capito che questa
parola misteriosa non significa altro, infine, nel fondo di
ogni fondo, che... «libertà di scegliere la morte».
E' chiaro allora, dopo la lettura di questa frase, che quando
Pasolini parla di Libertà, intende parlare della sua "libertà
di scegliere la morte"; un atto di appropriazione che
evidentemente pochi possono compiere, soprattutto nel
senso di una programmata strategia espressiva. La morte
naturale dunque è fuori discussione, è fuori da questa scelta
stoica: la morte naturale è un evento subito, non è voluto e
organizzato, e pertanto, non essendo esibita, non può
essere teatro di rappresentazione alcuna. D'altra parte
anche "il suicidio come dice lo stesso Pasolini"crea un
vuoto subito riempito dalla qualità peggiore di vita".
Solo dunque il "martirio per autodecisione" determina quel
cortocircuito che consente al poeta - attraverso il principio
della contaminazione totale - di porsi "nella luce straziante
di quel mare dove ricomincia la vita". Ma tutto ciò è
consentito solo dal dialogo amoroso con l'altro, col
"confessore", con lo spettatore che comprende, che ama e
si appassiona. Un dialogo tra autore e spettatore che
Pasolini definisce "democraticamente pari"; un dialogo che,
trasformando la crudeltà in santità, consente di riscattare
non solo la propria esistenza ma, con un ulteriore gesto
amoroso, l'intero corpo sociale.
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