pier paolo pasolini

Pier Paolo PASOLINI 



Temi e Treni di Pier Paolo Pasolini (4/4)
(Un giallo puramente intellettuale)

di
Giuseppe Zigaina

Il verso mancante di tre parole

Sennonché, Pasolini, <<partecipando alla farsa>> che ne è seguita, ha continuato, come vedremo, a manipolare il suo <<verso>> con disperata allegria.

Penetriamo nella <<selva oscura>> dell'VIII capitoletto, e isoliamo le tracce lasciate dall'autore. Che sono :

1) il corsivo tra parentesi, dove egli annuncia la conclusione funerea del poemetto (e della vita) con un compendio della sua carriera di poeta e uno sguardo profetico al mare dei futuri millenni ;

2) la disposizione dei versi su un asse centrale, come in un'epigrafe funeraria;

3) il termine <<Psicagogica>> ;

4) l'affermazione << E' così / che io posso scrivere Temi e Treni / e anche Profezie>>;

5) la Profezia in forma triadica e sacrale della morte a Ostia (<<Ravenna / Ostia, o Bombay -- è uguale>> ; dove Ravenna, luogo di nascita del padre, è la città dove è morto Dante.

6) l'espressione ironica con cui l'autore respinge la definizione di poeta civile impostagli da Moravia (<<da poeta civile, ah sì, sempre !>>) ;

7) la mancanza di Tre parole nel verso di cui abbiamo appena parlato.

Quando il lettore <<che ama e si appassiona>> posa gli occhi sul verso incompleto oggetto di quest'analisi non può che iniziare una ricerca guidata dal buon senso e chiedersi : <<Quanti errori di questa gravità sono stati non visti da Pasolini nelle bozze di stampa rilette mille volte? >>. Così, esaminando le raccolte di poesie pubblicate da Garzanti, si renderà conto che quella di cui si parla è l'unica imperfezione tipografica. Sennonché, approfondendo la ricerca tanto invocata dall'autore -- <<la ricerca che ha per teoria la logica>> come dice Dewey --, il lettore arriva ulteriormente a scoprire : a) che su ottocentosettantacinque poesie, soltanto quattro di esse hanno i versi disposti su un asse centrale, giacché in coerenza con l'ottavo capitoletto di Una disperata vitalità vi si parla, oltre che della morte dello stesso autore, della scomparsa di figure a lui molto care : il fratello, la nonna e un ideale cardellino che nella poesia Aleluja li rappresenta e li riassume ; b) che il verso mancante di alcune parole appare nella prima e nella quarta edizione della raccolta citata, mentre nella seconda il <<come>> iniziale riprende l'originale forma dantesca di <<qual'è >> , e torna ad essere <<come >> nella terza; c) che per le ragioni che qui di seguito vedremo il verso in questione non è di Pasolini ma di Dante, e che dunque rientra in una di quelle <<citazioni >> (vedi Progetto di opere future ), o formule, o nuclei di senso, con cui l'autore comunica i fatti decisivi della sua vita.

Ora, seguendo sempre la logica della ricerca, cerchiamo di capire tre cose : 1) perché il verso mancante di un <<emistichio>> (della parte destra rispetto all'asse centrale) è di Dante e non di Pasolini ; 2) qual'è l'elemento di congiunzione tra il rito funebre della saga nordica e quello delle antiche civiltà mediterranee ; 3) come mai i curatori dei due volumi Garzanti di Bestemmia, editi nel 1993 con tutte le poesie di Pasolini, si siano preoccupati di mettere a piè di pagina dell'ottavo capitoletto di Una disperata vitalità una lunga nota a spiegazione di quella che essi definiscono, così tardivamente, una <<lacuna tipografica>>.

Per quanto riguarda il primo punto, Pasolini, come fa quando <<profetizza>> su di sé, usa espressioni di un altro autore. In questo caso fa parlare Dante con un verso del XXX Canto dell'Inferno : <<qual'è colui che suo dannaggio sogna>>. E a questo verso fa mancare ritualmente le <<tre>> ultime parole.

Ma perché sceglie un verso universalmente conosciuto? E' questo che dobbiamo chiederci. Perché solo così si sarebbe venuti a sapere che Tre sono le parole mancanti. Infatti, se il verso fosse stato dello stesso Pasolini, le parole mancanti (ordinate secondo una libera distribuzione dei versi) sarebbero potute essere due, quattro, o cinque ; oppure presentarsi <<illeggibili>>, come ne L'ottobre del 1969 . E dunque il rito, con la ripetizione sacrale e mitica del numero tre, non si sarebbe potuto celebrare.

Per quanto riguarda invece il secondo punto che ci eravamo proposti di chiarire, ricorderò al lettore (magari ripetendomi) che quando Pasolini annuncia <<Ora è il tempo della Psicagogica>> intende dire che è tempo per lui di pensare alla morte, e dunque di organizzare il suo trasumanar. Come? Iniziando prima di tutto a manifestarne il Progetto, e poi, come tutti gli Eroi, a esplorare il Mistero con una simbolica discesa agli Inferi. Infatti, far mancare tre parole a un verso, di cui altri, poi, si sarebbero premurati di segnalare il vuoto all'autore, è un'impresa che riattualizza, come subito vedremo, il rito funebre del mitico eroe Vainamoinen. Ma lo riattualizza non per lirica evocazione, ma per lo stesso <<obbligo>> che l'uomo arcaico aveva di conoscere la totalità della propria storia. E Pasolini, <<forza del passato [e...] più moderno di ogni moderno>>, non solo sentiva quest'obbligo, ma lo manifestava sacralmente col conservare la <<storia del farsi>> di ogni sua opera, fino alle sequenze dei titoli che per essa sognava (esaustiva in questo senso è la nota n.° I de La Divina Mimesis, datata I° Novembre 1964, e perciò coeva a Poesia in forma di rosa ).

Il mito di Vainamoinen

Ma vediamo finalmente come il mito di Vainamoinen, integrando la <<Psicagogica>> delle antiche civiltà mediterranee, manifesti con essa la comune origine mitopoietica.

L'eroe finnico sta creando per magia, cioè cantando -- che è come dire poetando -- una barca ; ma non riesce a finirla perché gli mancano tre parole. Per impararle va a trovare il gigante Antero, il quale, parlando con lui, lo risucchia nella bocca spalancata. Ma, una volta precipitato nelle fauci del gigante, l'eroe Vainamoinen si costruisce un <<costume di ferro>>, e minaccia Antero di restargli nello stomaco fino a quando non gli abbia rivelato le tre parole magiche che gli servono per terminare la barca. Il gigante gliele dice, e l'eroe riesce a completarla.

Le cerimonie psicagogiche dell'antichità consistevano nel trasportare il defunto dalla città dei vivi alla città dei morti ; e generalmente -- al di là di un fiume o di una palude -- con la barca cerimoniale : quella appunto che nel nostro caso costituisce l'emblema che riconduce due riti culturalmente e geograficamente lontani ad essere la forma di un'unica discesa agli Inferi.

E siamo giunti così a dover rispondere al terzo quesito.

Ma prima leggiamo la nota dei curatori di Bestemmia posta a chiarimento di quella che essi considerano una <<lacuna tipografica>> : una nota che resterà sempre più, negli anni, a esempio di quanto sia stata riduttiva la lettura di Pasolini da parte di coloro che non hanno voluto o potuto credere, forse, al <<Progetto e Mistero>> così umilmente esposto dall'autore in Petrolio.

Ma ecco la nota :

<<Nell'edizione in rivista e in quella in volume dell'aprile [1964] il verso era ridotto al primo emistichio "come colui che" ; accorgendosi della lacuna tipografica, nel giugno [in occasione della seconda edizione] l'autore l'ha integrata, ripristinando la genuina lezione dantesca ["qual'è colui che"] ; preparando l'auto-antologia del 1970 aveva evidentemente sotto gli occhi la lezione corrotta e l'ha integrata a memoria : "come colui che suo dannaggio sogna" ; abbiamo quindi preferito mantenere l'esatta lezione del giugno 1964 >>.

Da parte mia vorrei obiettare che nel 1975, subito dopo la morte di Pasolini, Garzanti ha pubblicato Le poesie : un volume che è rimasto per quindici anni nelle librerie senza che a nessuno fosse venuto in mente di dare giustificazione della <<lacuna>> clamorosamente riapparsa ; al punto che il traduttore spagnolo che l'ha utilizzato si è sentito in dovere di collocare al centro le tre parole e di risistemare alla meglio la sintassi.

Ma poi si dice : <<nell'edizione in rivista>>. Quale? <<Questo e altro>> ? Ebbene <<Questo e altro>> è del mese di marzo del 1964, mentre la prima edizione di Poesia in forma di rosa (finito di stampare il 22 aprile dello stesso anno) appare in libreria nella prima quindicina di maggio. Sarebbe bastato un giorno a Pasolini per chiedere conto, dapprima alla rivista romana e poi alla Garzanti, dello scempio di una poesia che egli stesso aveva definito importante e pericolosa ; una poesia che era stata per lui motivo di ripensamenti, entusiami, dubbi, e incubi, forse. E poi della gloriosa verifica.

Infatti in Battute sul cinema dell'inverno 1966, immerso ancora nella travolgente lettura di Eliade -- ché e dallo storico delle religioni rumeno che Pasolini apprende il mito di Vainamoinen --, il poeta-regista si chiede : <<Dovrò rendere conto, nella valle di Giosafat, della debolezza della mia coscienza davanti alle attrazioni, che si identificano, della tecnica e del mito? >>. Le attrazioni del mito e della tecnica rituale di profetizzarlo nelle sue opere durante i lunghi <<approcci al recinto sacro>> -- attrazioni che si identificano perché Pasolini, morendo, si esprime -- sono proprio rivelate dalla profezia che egli fa della sua morte a Ostia. Una profezia di cui ancora oggi nessuno si è accorto o finge di non accorgersi ; come nessuno si è scandalizzato quando nei cataloghi delle grandi manifestazioni sul poeta friulano -- oltre che nelle traduzioni in francese, inglese e spagnolo -- i Temi e i Treni venivano tradotti come temi in classe e treni inter-city...

Non è dunque sulla presunta sbadataggine di Pasolini, ma sul verso di Dante come rituale supporto del <<non esistente significativo>>che avrebbero dovuto dare spiegazioni i curatori di Bestemmia. A cui dedico questo inascoltato avvertimento dell'autore : <<L'identificazione letterale di una scena o di un episodio a un suo archetipo, [leggi mito di Vainamoinen] che, come dice la parola, non può non essere immensamente anteriore, può riuscire stupefacente e soprattutto inattendibile >>.

Dopo di che, non resta che meditare sulla pasoliniana <<prima idea vera della morte >>:

La morte non è

nel non poter comunicare

ma nel non poter più essere compresi.

Fine


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