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Pier Paolo PASOLINI |
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di Giuseppe Zigaina
Pier Paolo Pasolini, regista e poeta di fama internazionale, è stato
ucciso sul lido di Ostia -- a pochi chilometri da Roma -- nella notte tra il
giorno dei Santi e quella dei Morti del 1975. L'assassino, un "ragazzo
di vita" che all'epoca aveva diciassette anni, ha confessato di averlo
dapprima ferito mortalmente a bastonate, e poi finito passandogli sul
petto con la macchina rubata allo stesso Pasolini. La sua morte infatti,
secondo gli atti del processo, sarebbe stata causata da "schiacciamento
del torace".
Questa, non senza incongruenze, sarebbe la meccanica del
delitto. Ma gli interrogativi cui non si è potuto dare esauriente risposta
sono molti, e, alcuni, di fondamentale importanza : il ragazzo ha agito
da solo? Sono intervenute ad aiutarlo altre persone? Se sì, I'aggressione
era stata in precedenza concordata? E con chi? Dalla risposta a queste
quattro domande dipende la soluzione del thriller.
Ma nel frattempo, anche se molti si affannano a negarlo, la morte
dello scrittore si è ammantata sempre più di Mistero, aprendo le porte
dunque all'irruzione del sacro. Per cui il "Mysterion"
annunciato da Pasolini in Petrolio, il Mysterion come "atto mistico,
risolutore, vitale, pienamente positivo e orgiatico [...] che si pone come
epigrafe" di tutta la sua opera, è qui, ora, davanti a noi, come una
realtà allucinatoria.
Tuttavia, in una società irreligiosa come la nostra, l'epifania del
sacro è quanto mai rara, e ogni atto mistico è pressoché irriconoscibile.
Comprensibile dunque che, trattandosi dell'autore di Salò o le centoventi
giornate di Sodoma , tutti i mezzi di comunicazione abbiano descritto la
sua morte scandalosa nei modi più contrastanti e clamorosi e tuttavia comuni e prevedibili: fine
scontata di un omosessuale, incidente sadomasochistico, suicidio per
delega, delitto politico. Quest'ultima versione, nell'ltalia delle "stragi di
stato" e del terrorismo, era la più credibile, giacchè il poeta-regista
stava lanciando, all'epoca, sulle prime pagine dei più importanti
quotidiani italiani, accuse di fuoco contro il governo democristiano. Tutti,
comunque, nemici e "amici", commentatori televisivi e cronisti letterari,
si son sempre trovati d'accordo nel considerare quella morte del tutto
estranea all'opera dell'artista, e dunque da doversi dimenticare.
Sennonché, a un attento esame del corpus letterario di Pasolini, si
e potuto scoprire che le fasi preparatorie e conclusive della sua tragica
fine -- tempi, luoghi e modi -- erano state da lui anticipate in modo
unidirezionale e coerente : il giorno, l'anno, il campetto di calcio, l'età
del ragazzo assassino, l'uso del bastone, le rive del mare di Ostia,
perfino la Domenica (che coincide ogni sei anni con il giorno dei Morti)
: tutto era stato puntigliosamente prefigurato come se in lui avesse agito
una strategica necessità di comunicare al mondo un progetto indicibile.
Ne sono testimonianza il Manifesto per un nuovo teatro, Manifestar
(appunti), le Conferenze-stampa immaginate in Bestia da Stile, i
Coccodrilli, la finta Nota dell'editore ne
La Divina Mimesis, la
contaminazione con i versi dell'Apocalisse di Giovanni in Patmos
(apokalypsis=rivelazione), oltre che ben nove poesie intitolate
Comunicato all'Ansa (A.N.S.A., agenzia italiana di notizie).
Ora, come le innumerevoli anticipazioni dello scrittore sul suo
comportamento non possono essere considerate pure coincidence, così la
curiosa terminologia riferita ai mezzi di comunicazione (che rivela
l'ansia dell'autore di dover dire qualcosa) non può essere espressione di
una stravaganza lessicale, ma di un progetto ideato e messo in scena con
sapiente regia : progetto che riguarda non solo il Prima, ma anche il
Dopo. E non il Prima opposto al Dopo, ma come due termini che,
solidali, delimitano l'interface (direbbe René Berger) tra ciò che finisce
e ciò che comincia. In questa prospettiva di senso, è Pasolini stesso ad
annunciare che morirà a Ostia, "sulle rive del mare / in cui
ricomincia la vita".
Quello che è accaduto, e sta accadendo dopo la morte
dell'autore, ci appare infatti come lo sviluppo di una premeditata
"organizzazione". Trasumanar e organizzar, lo sconcertante
titolo di
una raccolta di poesie, è il nucleo di senso -- sia pure capovolto e
dunque non privo di humour -- che la riassume. Messi i due verbi al
loro posto, secondo quanto Pasolini suggerisce a un suo intervistatore --
"Il trasumanare è l'altra faccia dell'organizzare", gli dice --
abbiamo Organizzar il trasumanar, dove "trasumanar", verbo
intransitivo che significa compiere una esperienza di ascesi spirituale --
vedi San Paolo sulla strada di Damasco -- viene "retto" giustamente, in
quanto verbo sostantivato, dal verbo transitivo "organizzar".
La morte violenta di Pasolini si configurerebbe dunque non come
accidentale, ma "organizzata": organizzata così come ogni artista
organizza, elabora e mette a verifica il proprio linguaggio. Non si
tratterebbe quindi di una "fuga in battaglia", ma di un attacco pieno di
orgoglio. Non passività, ma attività.
Non morte naturale, ma culturale.
Se dunque quella Fine è anche un Inizio, essa non può che essere definita
"sacrificale".
Come i sacrifici umani dei paleoagricoltori erano finalizzati ad
ottenere abbondanti raccolti (vedi il film Medea ),
così il sacrificio di sé
messo in atto da Pasolini parrebbe finalizzato ad assicurarsi la vita
"solo vera che sarà" : la vita culturale nella memoria degli
uomini. Una morte con questo valore è da porsi -- lo dice l'autore
stesso in Petrolio -- al vertice dell'opera, nel punto di vista prospettico
da cui soltanto se ne possa cogliere la totalità. "Il suo senso -- egli
dice [il senso della sua opera illuminata dall'atto sacrificale] è
irridente, corrosivo, delusorio (ma non per questo meno sacro)".
Pasolini, mette in luce la funzione culturale della morte (la sua)
con questo aforisma: "Il fonema senza il gesto è un semantema
diverso"; una frase che fuori dal gergo ha questo significato : il
fonema (parte per il tutto, per l'opera scritto-verbale e audiovisiva dunque)
integrato dal gesto (integrato dalla morte)
è un semantema diverso
(acquista un altro significato).
E' fatale dedurre da questo sistema stilistico, per ambiguo che sia,
che per Pasolini la morte (sua) è "segno", anzi, segno carico di
una funzione espressiva. La metafora di questa funzione, egli la trova
nel montaggio cinematografico. II montaggio -- dice il regista --
trasceglie da tutti i chilometri di pellicola impressionata solo gli
spezzoni essenziali e significativi. La morte, con la sua luce retroattiva,
compie un'operazione analoga : tra le parole, le azioni e gli infiniti gesti
ripetitivi di un "uomo" , trasceglie solo quelli essenziali : quelli
che, coordinati tra loro, possono "trasformare una vita in una storia".
Messa in questa luce, l'azione operata dalla morte di Pasolini
sulla sua opera-vita è da considerarsi -- in analogia a quella operata dal
montaggio sul materiale profilmico -- un'azione stilizzatrice e dunque
espressiva. Entrambe, qualificano il regista.
Con questa convinzione, Pasolini teorizza la sua morte di
"regista martire per autodecisione" come massima espressività,
anzi, come "massima trasgressione linguistico-esistenziale", nel
senso che essa, la morte, quando è cercata, nel mentre si presenta come
trasgressione al dovere di continuare a vivere, compie la
"transustanziazione semantica" dell'opera, ossia -- spiega
Pasolini -- la dispone a una maggiore polisemia, in altre parole ne
moltiplica i significati. Ma se una morte contrassegnata da tale valore
culturale parla, anzi, consente al regista di esprimersi ("Anche i
santi parlano in silenzio con il loro corpo e il loro sangue"), essa
deve potersi inscrivere in una "Semiologia generate della realtà
come linguaggio". Ed è questa semiologia generale che Pasolini
sogna e invoca in Empirismo eretico.
In uno scritto del 1970, Il cinema impopolare, il poeta-regista,
esaminando il significato della parola "libertà", dà corpo e sostanza alla
sua idea della morte :" Libertà. Dopo averci ben pensato ho capito
che questa parola misteriosa non significa altro, infine, nel fondo di ogni
fondo, che...libertà di scegliere la morte [...]. Tale libertà non può
essere manifestata altrimenti [mio il corsivo] che attraverso un grande o
un piccolo martirio. E ogni martire martirizza se stesso attraverso il
carnefice conservatore". Dove il termine "conservatore" è
riferito sia alla conservazione in senso sociale e culturale,
sia all'istinto
di conservazione. "La libertà è dunque -- insiste Pasolini -- un
attentato autolesionistico alla conservazione". Infatti, prosegue,
"ogni infrazione al codice -- operazione necessaria all'invenzione
stilistica -- è un'infrazione alla Conservazione : e quindi è l'esibizione
[mio il corsivo] di un atto autolesionistico : per cui qualcosa di tragico e
di ignoto è scelto al posto di qualcosa di quotidiano e di noto (Ia vita)".
Ora, se volessimo con una sola citazione restituire il senso alla
parola "esibizione", potremmo riportare questa anticipazione di
Pasolini in Bestia da stile (opera teatrale esplicitamente autobiografica):
"Proprio perchè è festa [il regista è stato ucciso di domenica]./ E
per protesta voglio morire di umiliazione. / Voglio che mi trovino morto
col sesso fuori, / coi calzoni macchiati di seme bianco, tra / le saggine
laccate di liquido color sangue".
II cadavere dello scrittore fu trovato esattamente in queste
condizioni.
E' chiaro dunque che il "desiderio di morire" aveva in lui la
stessa necessarietà della sua volontà ad essere poeta "più moderno di
ogni moderno". Anzi le due pulsioni si integravano a tal punto da
costituire una forza (biunitaria) che lo portava irresistibilmente verso la
più scandalosa trasgressione del codice linguistico-esistenziale. Un atto
creativo assolutamente nuovo, così nuovo "da far decadere ogni già
sperimentata idea di novità".
Con il pensiero rivolto al futuro e l'animo di chi ha già preso una
irremovibile decisione, Pasolini annuncia questo atto in una pagina di
Petrolio : "Nello stesso tempo in cui progettavo e scrivevo il mio
romanzo, cioè ricercavo il senso della realtà e ne prendevo possesso,
proprio nell'atto creativo che tutto questo implicava, io desideravo
anche> di liberarmi di me stesso, cioè di morire. Morire nella mia
creazione : morire come in effetti si muore di parto...".
Morire di parto, in questo caso, vuol dire morire creando, morire
dando alla luce un qualcosa, morire esprimendosi.
"0 esprimersi e morire o restare inespressi e immortali" è
l' "autoesortativo all'infinito" che riassume tutto "Pasolini".
Un autoesortativo -- va precisato -- dove il termine "immortali"
(che farebbe la delizia di Freud) non allude all'immortalità di
Dante o di Shakespeare, ma significa semplicemente "non morire".
L'idea arcaica e sacrale della morte-rinascita -- in questo caso la
necessità del morire per esprimersi -- il regista la comunica al mondo
nel porre a epigrafe della seconda versione della poesia Il giorno della
mia morte (1974) i versetti del Vangelo di San Giovanni : "Se il chicco
di grano, caduto in terra, non morirà, rimarrà solo, ma se morirà darà
molto frutto".
La forza per portare a termine il suo Progetto, Pasolini la trova
nel Mito.
Pasolini credeva nella realtà e nell'efficacia del mito, come un
cristiano cattolico crede nel miracolo dell'eucarestia. "Tutto ciò che
è realistico è mitico e viceversa". Così rispondeva a Jean Duflot
quando lo accusava di aprire le porte ai miti e di voltare le spalle ad
ogni forma di realismo. Ora, la caratteristica fondamentale del mito --
per chi lo vive dall'interno come nel caso di Pasolini -- è che
esso non si presenta come flaba o racconto dell'impossibile, ma come
realtà. Se dovessi rappresentare -- diciamo -- il modo di pensare di Pier
Paolo, potrei dire che il pensiero tecnico-razionale-empirico tende a
regredire, in lui, verso il punto in cui si giustappone a quello simbolico-
mitologico-magico, ma sottolineando che, paradossalmente, è proprio
questo regredire che costituisce la sua estrema modernità. E di ciò ne
era cosciente. "Sono una forza del passato -- diceva -- ..[ma] più
moderno di ogni moderno".
Intesa in questo senso, tutta l'opera del poeta-regista è un
ininterrotto racconto mitologico fondato sull'esemplare, sul particolare,
sul concreto, e non sul generale e I'astratto. E' sempre lui in prima
persona ad offrire degli esempi, a proporsi come modello ; così come
nelle sue opere teatrali, filmiche o poetiche è sempre il singolo eroe che
compie delle azioni paradigmatiche e crea la storia. Ma questo eroe --
non occorre dirlo -- è invariabilmente la sua figura vicaria : Cristo nel
Vangelo secondo Matteo o Ciappelletto nel Decameron . Oppure
Kennedy, quando se ne giova per il suo socratico aforisma :
"Kennedy, morendo, si è espresso con la sua estrema azione".
Quando, poi, sul piano teorico, parla della morte, non ne parla da
filosofo, ma -- in stretta coerenza -- da poeta teso al suo specifico lavoro
di testimonianza.
Sennonché Pasolini, elaborando la sua tecnica espressiva con la
fede assoluta nell'efficacia del mito, sa di correre un rischio mortale.
"Dovrò rendere conto, nella valle di Giosafat, della debolezza della
mia coscienza davanti alle attrazioni, che si identificano, della tecnica e
del mito?".
Tecnica e mito dunque in lui si identificano. Pensando alla
celebrazione, a Ostia, del mito di creazione (il mito cosmogonico che
presiede a tutte le creazioni, compresa quella artistica), Pasolini si
aspetta solo un miracolo, perchè una malattia -- o un semplice incidente
di macchina -- potrebbe impedirgli di portare a termine il suo Progetto
nei tempi, nei luoghi e nei modi da lui prefissati.
Nel poemetto intitolato Progetto di opere future ci riflette: "Se miracolosamente il Caos
approda a una plastica chiarezza...". La plastica chiarezza è quella
del Cosmo appena creato. E il passaggio dal Caos al Cosmo è ricordato
agli umani dalla Cosmogonia, di cui la recitazione rituale è la
Ripetizione. Il poeta parla a se stesso quasi sognando, e poi conclude: "Se
poi mi prendera un cancro e dovrò crepare, vuol dire che avrà vinto
quella realtà di cose [il fato]".
Affrontando un tale rischio, Pasolini sa di giocare il tutto per il
tutto. Con i mezzi, poi, "l' azione, l' irrazionalismo, il
pragmatismo, la religione" che sa essere, egli dice
-- "i dati
più negativi e pericolosi della mia civiltà". Comunque, o il suo
nome resterà luminoso nella "vita solo vera che sarà" , oppure
sparirà per sempre. "Nella prima metà della mia vita ho piantato la
Pianta della Passione [...] nella seconda metà la Pianta del Gioco".
Osservato con sospetto "da chi punta poco per vincere poco",
egli, effettivamente, ha dovuto "puntare molto per vincere molto".
Nel marzo 1969, nel pieno della sua "disperata vitalità",
fa queste considerazioni: "Il sacro è sempre pericoloso, si sa / per
chi entra nei suoi recinti senza preparazione: / senza aver compiuto i
movimenti di approccio. /Io, questi movimenti di approccio li ho
compiuti tutti, / da bravo chierico e studente di teologia. / Ma del loro
ridicolo ho solo un'idea poetica. / Perciò ho commissionato dei versi /
per pregare dentro a questo spazio sacro / (dove, a dire il vero, non
vado a piedi nudi)".
II verbo "commissionare" non ha bisogno di chiarimenti, e
i "versi" sono da mettere in relazione con questa profezia:
"Me ne andrò in un verso". Che significa: "Morirò facendo
poesia" ("0 esprimersi e morire o restare inespressi e
immortali"). Infatti il verso di cui si parla è il verso di Shakespeare
(Otello) che raccoglie le ultime parole di lago: "Quello che hai
saputo hai saputo, il resto non lo saprai". Si tratta -- dice Pasolini --
di un "sapere ontologico: sapere come essere". Dopo di che c' è
solo il "nulla lucente" della morte.
Che Pasolini, poi, non sia andato a piedi nudi nel
"recinto
sacro" del campetto di calcio di Ostia è cosa appurata da tutti:
giudici, avvocati e giornalisti.
I quali però non hanno attribuito alcuna importanza al fatto che
Ostia voglia dire "vittima consacrata". | |
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