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Z IGAINA E P ASOLINI | |
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ALCUNE NOTE SUI RAPPORTI TRA ZIGAINA E PASOLINI
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Giuseppe Zigaina vive nel nord-est dell'Italia, a pochi chilometri dal
mare Adriatico. A sud il cielo è illuminato dalla luce riflessa di una grande
laguna, mentre a settentrione, nelle giornate terse d'inverno, s'intravedono
le cime innevate delle Alpi. La Slovenia è appena oltre l'Isonzo, e l'Austria
la si può raggiungere in mezz'ora di macchina. E' in questa terra di confine
che Zigaina, nella primavera del 1946 ha incontrato Pier Paolo Pasolini.
Pur essendo nato a Bologna -- il 5 marzo 1922 -- il giovane poeta viveva in quegli anni a Casarsa della Delizia -- il paese natale della madre. I1 toponimo Casarsa potrebbe trarre le sue origini dagli incendi provocati dai Turchi nelle loro invasioni; e infatti è scomponibile in "Casa - arsa", ossia "casa - bruciata". Casarsa della Delizia dunque -- la Delizia è un piccolo fiume che lambisce il paese -- dista una trentina di chilometri da Cervignano, il luogo dove Zigaina è nato e vive tuttora in una casa-studio circondata da prati verdissimi. Pasolini era noto nell'ambiente culturale friulano per la sua straordinaria vivacità intellettuale, come d'altra parte Zigaina -- due anni più giovane di lui -- che all'epoca si stava già rivelando come uno dei più interessanti pittori italiani. "La nostra amicizia -- racconta Zigaina nella sua biografia -- è nata proprio per un indefinibile qualcosa che non ci siamo mai detti, ma che ognuno di noi, per proprio conto, sapeva. Io ero "ontologico", per lui, diceva Pier Paolo, come lui lo era per me. Al nostro primo incontro -- ricordo che era una mostra di pittura, in una primavera che aveva la freschezza dell'origine del mondo -- lui mi chiese :"Di dove sei? "e io gli risposi: "Sono nato a Cervignano del Friuli". E lui di rimando "Pensa, io sono di Casarsa della Delizia". Non sapevo ancora che l'accostamente di "casa-arsa " a "delizia" si chiamasse ossimoro, né potevo supporre che quella figura retorica sarebbe diventata il suo emblema di scrittore. Delle sue parole io colsi tuttavia il senso, perché Pasolini lo espresse con il corpo. Lo espresse con gli occhi al cielo e le mani aperte come un santo nell'atto di essere decollato. Non gli posi mai domande sulla sua omosessualità, che era il suo trauma; né lui me ne parlò, perché dava per scontato che lo sapessi. E io d'altra parte non gli parlai del mio -- seppure di tutt'altra origine -- perché, per la sua evidenza, era perfino inutile parlarne. I nostri silenzi tuttavia erano più di una lunga e reciproca confessione". Pasolini, che amava molto dipingere, scriveva in quegli anni d'arte figurativa; era fatale dunque che dedicasse alcune recensioni alle prime mostre di Zigaina. Anzi, nel 1947, egli dedicò alcuni articoli a una importante rassegna dedicata al ritratto dove i due amici si trovavarono insieme ad esporre. Ben presto, per la loro amicizia, fondata oltre che su una naturale empatia, anche su comuni idealità estetiche e politiche, i due giovani artisti si trovarono a collaborare nella redazione di un libro di poesie e disegni che, con il titolo Dov'è la mia patria, costituiva già il "manifesto" di quella che sarebbe stata, poi, negli anni futuri, una comune linea culturale; sia in relazione alla particolarissima identità friulana, sia per quanto riguardava in prospettiva l' Europa. Scriveva Pasolini nel 1947: "Ma sì, noi non sappiamo disgiungere l'uno dall'altro i due problemi, quello del decentramento nazionale e quello dell'accentramento supernazionale. E sarà forse ardito ma non ingiustificabile pensare a questo proprio adesso, che, finiti i giri di valzer dell'Italia, cominciano forse i giri di valzer dell'Europa." Se teniamo presente che nel dopoguerra la sinistra italiana era contraria al regionalismo -- sognando, essa, il mitico stato nazionalpopolare di Gramsci -- potremmo dire che già in quel lontano periodo si stava delineando l"'empirismo eretico"di Pasolini. Da parte sua Zigaina, in contrasto con la corrente migratoria degli artisti verso i centri di Roma e Milano, se non di Parigi, decide di restare nel suo Friuli per portare avanti quella che poi si rivelerà la quasi ossessiva specificità della sua pittura: la "mitizzazione" degli emblemi costitutivi del "suo" territorio: un territorio dell'anima, tra sogno e realtà. Cosi nascono le immagini delle "biciclette" operaie, delle "ceppaie", delle "farfalle notturne", dello smisurato sacrario di guerra di Redipuglia ("elenco telefefonico della morte" lo chiamerà Zigaina), dei "paesaggio-anatomia", fino alle incombenti "nuvole-astronavi" sulla laguna. Questo rinchiudersi del pittore in un territorio della memoria che poi si spalanca verso orizzonti di sogno, questo iniziale e kafkiano processo riduttivo che poi si rovescia in una realtà altra, Pasolini lo analizza impietosamente in uno scritto degli anni Settanta: "Zigaina, in qualche modo (a chi lo conosca anche di persona) rivela -- scrive Pasolini -- la doppia vita del suo io interiore e del suo io di comodo. Perché nessuno che dipinge come lui vive come lui, e nessuno che vive come lui dipinge come lui. Zigaina ha esorcizzato la realtà dandole sempre ragione, cedendo, assentendo, sorridendo: ma poiché sarebbe impossibile far questo con tutta la realtà, egli l' ha prima di tutto ridotta quantitativamente come "teatro fisico" del suo agire: ed ecco il Basso Friuli e la laguna. Ma mentre egli passa la vita in questo luogo, con queste persone, una vita quasi idillica e quasi edonistica, eccolo che dipinge tutto l'orrore di Redipuglia [lo sterminato cimitero della prima guerra mondiale] con una sontuosità cromatica che non cancella la disperazione quasi psicotica (se non altro quella della psicosi che viviamo ogni notte sognando). Non c'è coerenza tra la sua vita e la sua pittura, ma poiché questa coerenza fa parte dell'oggettività, Zigaina la ontologizza e la dà per scontata. Nella bellissima casa di Zigaina sul verde prato di Cervignano, si bevono vini meravigliosi, e si vive un'ospitalità sinceramente, profondamente carezzevole: ma il suo studio è come un piccolo campo di concentramento, con tutte le atrocità vissute da un Io che vi si dibatte, sotto la carezzevole crosta degli olii, la cui superficie esprime la stessa sensibilità ridente e affettuosa che pervade l'intera vita di Zigaina, ma il cui fondo.." Tutto ciò trova un riscontro e una anticipazione in uno scritto autobiografico del pittore friulano che ricorda l'esatto momento in cui prende la "decisione" di non abbandonare la sua terra. "Per un lungo periodo rimasi nell'incertezza -- egli scrive --, giacché a vent' anni si pensa di avere molto tempo davanti per decidere. Ma un giorno, dopo essere tornato da Roma e facendo a piedi la strada che dalla stazione porta alla mia casa, ebbi una strana illuminazione. Mi vedo ancora come l'angelo del campanile di Grado col piede sospeso e la mano alzata a indicare l'Ostro. Fu in quell'attimo, per ciò che è successo dentro di me, che compresi di essere una creatura già segnata dalla notte e dal vento di Settentrione. "Wer reitet so spät durch Nacht un Wind? " è un verso che imparai da mia madre a tre anni e che non ho mai più dimenticato. "Chi cavalca così tardi nella notte e nel vento?". "E' il padre con il suo bambino "-- mi rispondevo. "Es ist del Vater mit seinem Kind. Talvolta piangevo di terrore ricordando quei versi, perché sapevo che ero inseguito da Qualcuno. E avevo pietà per mio padre. Eppure, per quanto unico al mondo come tutto ciò che è divino, il sole mediterraneo, per me, è mille volte più infido." Guido, il fratello minore di Pasolini, viene ucciso il 12 febbraio 1944, in uno scontro tra due fazioni opposte di partigiani, quella nazionalista, cui apparteneva lo stesso Guido Pasolini, e quella filocomunista. Il dolore tremendo di quel assassinio si era già quasi assopito all 'interno della famiglia, anche perché il padre dello scrittore, ufficiale dell'esercito ritornato da un lungo periodo di prigionia in Africa, si stava chiudendo in un mutismo sempre più cupo. Ma appena cinque anni dopo, nell'ottobre del 1949, scoppierà uno scandalo che costringerà Pasolini a trasferirsi a Roma. Dapprima lui con la madre, e più tardi il padre Carlo. L'accusa era infamante :"atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minorenne". Così, anche se l'omosessualità di Pasolini troverà nella "dolce vita"romana un ambiente più tollerante di quello rigidamente moralistico del Friuli, quella "fuga" lascerà una traccia profonda nella vita e nell'opera dello scrittore. | ||