Iraqi ArtistsIraqi Artists

  SELIM  


Le spolie d'Oriente
Mario de Micheli

Guardo le sculture di Selim: un incontro forte e imponente d'immagini, che riassume la sua storia e la nostra. Non c'è nulla di privato o d'intimistico nelle forme a cui dà vita. Ciò ch'egli racconta con tremenda plasticità i: la vicenda degli uomini di fronte al loro destino. Non ho timore a pronunciare riti tale giudizio. Anni fa, avevo già avuto un rapporto con le sue opere e il sentimento che mi avevano comunicato non era diverso. Oggi, egli è cresciuto su se stesso, ha preso un accento più profondo, un'impronta più risoluta, ma ne resta uguale il senso: è sempre un Selim che agisce nello spazio delle metafore umane, anche se ormai con più densa sostanza, con più cosciente persuasione interiore.

E' questo, penso, il segreto che ispira la sua poetica. Giro dunque gli occhi sulle sculture più grandi, li fisso sulle sculture minori e sui disegni che scarnificano e al tempo stesso esaltano il nostro corpo quale indomito albergo dell'anima, e mi convinco di questa verità, cioè dello spirito che lega indissolubilmente Selim alla nostra sorte. Da quando ho scritto di lui per la prima volta sono passati almeno una decina d'anni. Allora, come si fa di solito, citavo i suoi precedenti stilistici; dicevo: Roditi, Medardo Rosso, Giacometti. Sono i nomi che poi tutti hanno fatto, insieme con qualche altro. Ma, oggi? Non voglio certo dire che tali possibili tracce, nelle sue opere, non siano più rintracciabili. Non è questo tuttavia il problema. La verità è un'altra, ed è che Selim sta prendendo il largo con energiche bracciate.

Così guardo ora le sue sculture, i suoi personaggi solitari e i suoi "gruppi" di personaggi inquieti. Guardo la Figura in marcia: alta, possente, col volto proteso e la struttura dello scheletro in evidenza, col gesto che sembra voglia offrirci un dono segreto: una scultura che si presenta come un sicuro attestato d'identità. Questo è Selim: un artista cioè che esprime la difficile situazione in cui siamo posti ad agire nelle circostanze brutali della storia attuale. Ma è senz'altro nei "gruppi" ch'egli, come un'eco diffusa, amplifica la protesta di cui l' Uomo in marcia non è che un'avanguardia. In questi "gruppi" s'incarna pienamente la partecipazione solidale al riscatto della nostra condizione nelle difficoltà della vicenda di cui, nello stesso momento, siamo insieme vittime e protagonisti.

Le radici etniche di Selim affiorano da queste immagini con prepotenza, anche se non tolgono nulla al significato generale della sua opera. Sono radici che appaiono nelle sue immagini come cicatrici non ancora compiutamente rimarginate. Si risale così alla sua origine, che lo fa un figlio di Baghdad, figlio cioè di una diaspora crudele. L'idea ciel "gruppo" corrisponde quindi al suo desiderio che i dispersi si ritrovino affinchè le "membra disiecta" si ricongiungano. E' davvero straordinario l'empito che pervade questi "gruppi" nel loro drammatico ritrovarsi, nello stringersi insieme. Sono il traslato, l'allegoria, il simbolo di una unità ideale, che tuttavia supera l'episodio specifico per attingere la dimensione di una universalità di cui anche noi siamo parte.

Ma è la qualità di queste immagini che ne afferma il carattere di straordinaria suggestione espressiva. Il groviglio affollato dei corpi, che partecipano alla dinamica del gruppo, sprigiona una vitalità di rara veemenza formale. Ciò accade soprattutto quando il "gruppo" è isolato in uno spazio deserto, come troppo spesso è deserto il campo delle nostre imprese nei giorni della vita: solo una pietra, un arido virgulto, il frammento di un'esistenza remota, rammentano quanto è già accaduto, ma che sembra destinato a ripetersi. Eppure, sembra dirci Selim, ciò che conta è ricominciare da capo, anche quando può sembrare che le nostre possibilità siano andate deluse.

Non è quindi un artista di natura estetizzante, Selim. In lui, la creazione coincide con la coscienza dei fatti. La scultura, a cui egli infonde potenza, è sempre il frutto di un'invenzione che sa concilia re l'esigenza di una precisa realtà con l'imprescindibile dato di una fantasia in azione, soddisfacendo così la sintesi tra l'immaginario e la verità delle nostre passioni terrestri. E si badi: tutto ciò senza mai indulgere nè a descrizioni di cronaca, nè mai cadere in astrazioni generiche. In altre parole, i termini narrativi della sua opera procedono con una cadenza che, nel ritmo contratto della visione, ritrova le ragioni della propria coralità. Ed è questa la ragione per cui la sua scultura si rivela sempre un così folto epicentro di gridi e d'invocazioni, ma soprattutto come una vibrante congiura in favore dell'uomo, della sua minacciata integrità.

Ecco: ancora una volta riguardo adesso le sue sculture e ancora una volta mi rendo conto ch'egli costruisce le sue immagini solo con la fiducia che la nostra sorte non sia irrimediabile.

Artist's Home   Artists Hosted   Kara Art Home