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ZIGAINA : Il tragico rivisitato
di
René Berger
Honorary President of the International Association of Art Critics (AICA)


Ogni opera matura è dotata di un' evidenza che resta quasi sempre miscono- sciuta o mal interpretata ma che, una volta riconosciuta, assume la rilevanza di un fatto storico. È stato così per il cubismo che Picasso e Braque « annunciano » fin dagli anni 1907 e 1908 con Les Demoiselles d'Avignon e L'Estaque e che, dal 1912-13 in avanti, costituisce il punto di sutura che illumina diversamente il passato come il futuro, l'impressionismo non meno che l'astratti smo e il futurismo. In tal modo, ogni opera che sia giunta al culmine della sua maturità possiede un duplice movimento rivelatore. La storia dell'arte nel suo complesso è fatta appunto delle conseguenze di questi movimenti rivelatori più di quanto non ne sia fatta la storia delle civiltà. A differenza della scienza che insegue il segreto dell'universo dalla specola sempre più sofisticata dell'esperienza scientifica, l'arte è destinata ad esprimere in profondità la nostra complessità attraverso l'esperienza sempre rinnovata del bello.

Tenuto conto di questa premessa, come parlare dell'opera di Zigaina la cui attività, ormai pluridecennale, abbraccia la pittura, il disegno, l'incisione, ed è stata consacrata da una serie di mostre in ogni parte del mondo? Questa delucidazione in forma di prefazione è fatta per rispondere alle, aspettative del visitatore e innanzitutto ai miei propri interrogativi.. Da tempo infatti, fin dal mio primo viag gio a Cervignano dove abita l'artista, vado maturando l'idea, peraltro non semplice da chiarire, che si tratti di un'opera duplice, familiare all'apparenza eppure attraversata da un'inquietante estraneità. Di qui l'interesse che mi ha indotto a seguirne lo sviluppo. In un primo tempo i temi di Zigaina appaiono semplici e la loro interpretazione sembra non presentare grosse difficoltà Siamo in Friuli, nei pressi della laguna che appare subito dopo Cervignano; ecco il cielo, la terra, i salici e le vigne; qui un campo, là un giardino, spesso i girasoli. In genere, i titoli confermano questo aspetto rassicurante designando esplicitamente i motivi: Verso la laguna, Il salice, La sera nel vigneto, L'orto, I girasoli. Il dubbio comincia con qualche titolo insolito: Mio padre e l'astronave, I salici rossi e l'astronave, e con qualche composizione, incisione o pittura, che presenta mostruosi insetti a cui il pittore ha dato l'appellativo enigmatico di Visitatore della sera, Visitatore notturno, Visitazione. Chi si limitasse a una considerazione superficiale potrebbe facilmente dedurne che si tratti di una «pittura di paesaggio», del genere praticato da tanti artisti dediti a magnificare le bellezze, spesso davvero suadenti, della loro terra. Senza togliere nulla al loro merito e senza neppure negare la legittimità del loro valore, è doveroso precisare subito che Zigaina fa tutt'altra cosa. Non si potrebbe spiegarlo meglio se non citando l'artista stesso a proposito dell'originalità di Pier Paolo Pasolini, suo intimo amico fin dall'infanzia. Nel cor so di un seminario tenutosi a Yale nel 1978 egli fa riferimento all'ideale di « una non retorica italianità », a commento della quale meglio di tutto si addicono le parole rivolte dallo stesso Pasolini al lettore friulano, all'inizio de « Il Stroligut » dell'aprile 1946: «L'autonomia friulana è per noi una conseguenza evidenziata dal maturare e chiarificarsi di un amore puro... La visuale filologica ed estetica, soprattutto, esorbita ora dal cerchio della poesia, e per una sottile coerenza, non può che porci dinanzi alla patria del Friuli come ad un problema strettamente connesso con quello poetico ». Senza abusare delle citazioni, mi sembra che il commento alI'impresa pasoliniana fatto da Zigaina si possa applicare rigorosamente e, oserei dire fraternamente, alle intenzioni di quest'ultimo. Così come Pasolini, partendo dal dialetto friulano, lo trascende per giungere nel corso degli anni a una creazione cinematografica di portata universale che è nota a tutti, allo stesso modo l'opera di Zigaina, pur prendendo spunto dal suo Friuli « dialettale », raggiunge, grazie alla sua tenacia, al suo fervore e, diciamolo pure, alla sua fedeltà originaria, una portata non meno universale di quella. Non è forse privilegio di qualche rara amicizia andare con un cuore solo a condividere gli stessi frutti?

Se si dovesse sintetizzare l'orientamento dell'opera di Zigaina, direi che i suoi motivi, raggruppati nel corso degli anni in temi di elezione, Si scoprono a poco a poco sotto specie di un mondo dalle caratteristiche evidenti all'apparenza, ma di fatto segrete, dove la luce è spesso più vicina all'astro della notte che al sole, dove più che voci si sentono ru mori e brusii, dai quali direi - se non temessi l'arbitrario o l'assurdo - si sprigiona un odore non si sa bene se di alghe o di humus.
Innanzitutto la laguna : il motivo per eccellenza. Per la ragione - si direbbe - che si trova a due passi da Cervignano. Ragione plausibile, ma assolutamente insufficiente. Ricordiamoci che la laguna è una dis tesa d'acqua delimitata da una striscia di sabbia o da un cordone litoraneo; a volte da entrambi. Fisica mente, si tratta di un fenomeno naturale: la laguna separa e al contempo unisce; è un luogo intermedio, un luogo di transizione. Si può capire come agli occhi di Zigaina essa si presenti sia alla testimonianza oculare (ne sono la prova i molteplici aspetti della laguna registrati con minuziosa attenzione), sia al superamento di orizzonti che ben oltrepassano quello topografico. L'altrove è contiguo alla laguna come il sogno al sonno. Così che la descrizione lascia il posto alla evocazione; forse addirittura all' in-vocazione. Non potrebbero essere dei misteriosi richiami quelli che come presenze lacerate sorvolano lo specchio delle lagune? I1 cielo e la terra (ma soprattutto il cielo anch'esso lacerato) sono tesi nell' imminenza di un evento mai rappresentato e tuttavia sempre presentito. E, ancora, i campi, i prati, le vigne che palpitano come carni ansimanti striate di vasi sanguigni messi a nudo. Paesaggi-cervelli, cervelli-paesaggi, tanto più sconvolgente in quanto il processo di ominizzazione ha inventato il senso della vista per tenere l'oggetto a distanza (l'etimologia lo dice: ob-jet, jeté devant) con lo scopo di predisporre lo spazio in funzione della nostra sicurezza. Ora, nella pittura di Zigaina, l'intervallo è abolito. Physis e logos si congiungono per diventa re, come la laguna, il luogo di transizione fra la materza e la mente. L'universo non obbedisce soltanto alle leggi scoperte dalla scienza, e da cui parados salmente noi esseri umani siamo esclusi, ma S1 incammina sulla stessa strada dello spirito, determinando, questo, una delle innumerevoli metamorfosi in cui si evolvono le civiltà. Per questa ragione, non bisogna stupirsi che il pennello dell'artista modelli onde e solchi come se fossero viscere, così come le circonvoluzioni del nostro cervello simulano rami e colline.

Ancora più singolare e l'immagine di quei salici che nelle umide distese delle campagne appaiono in lunghe file ma che in Zigaina hanno una presenza a dir poco ossessiva. Talvolta in sequenze prostrate e disuguali come le donne supplici di un tempo, talaltra, isolati, - i rami tagliati, le orbite vuote, le piaghe messe a nudo - rievocano Edipo che dopo essersi trafitto gli occhi vaga accecato sotto i colpi della maledizione divina. Non è che queste associazioni - che vanno, io credo, ben al di là della metafora - si determinano per puro caso dentro di noi. È come se la scena, cento volte ripresa, della laguna rinchiusa nella morsa del cielo e della terra e alla quale gli alberi mutilati, i salici e le ceppaie fanno da sfondo impietoso, è come se, insomma, la scena ripetuta cento volte ritrovasse nel nostro tempo i luoghi e l'azione della tragedia originaria. I protagonisti lacerati dalle loro passioni si affronta no così come combattono gli dei che non si curano degli umani. Tale è la dimensione del destino che, da Eschilo a Sofocle, a Euripide, conferisce a tanti eroi e a tante eroine - Prometeo, Antigone, Clitennestra, Agamennone, Edipo, Medea e tanti altri quella dimensione leggendaria che riempie ancor oggi di sgomento e di pietà. Per cui la mia ipotesi è la seguente: in questa lunga opera, che riprende nel corso dei decenni gli stessi temi chiave, ricompare in tutta la sua grandezza categorica la dimensione e la coscienza tragica. A una società che ha innalzato da secoli la scienza a livello di sapere divino (decifrare l'enigma ultimo è diventato appannaggio degli scienziati), a una società che da secoli attribuisce alla tecnologia il potere non solo di superare tutti gli ostacoli ma di proseguire incessantemente sulla strada del progresso infinito, l'arte di Zigaina ricorda che vi sono forze che esulano dal nostro potere: anche se le rimuoviamo per ignoranza o presunzione, esse si manifestano comunque nella diffusa onnipresenza del sovrumano. Certo, il messaggio non ha l'evidenza e la chiarezza che io gli attribuisco e che nella mia affrettata formulazione ne sminuisce la portata. Dovrei parlare piuttosto, in questo caso,di un orientamento verso la dimensione tragica. Ciò, nondimeno, anche se le figure degli eroi e degli dei sono assenti, le forme che invadono la tela, la carta o il rame, lasciano trasparire le angoscie, le attese e le lacerazioni del destino.

È sicuramente per questo che la luce non è sinto nizzata sull'ora, né la terra sulle stagioni. I1 luogo, sia nella natura che fuori di essa è totalmente metafisico. Non sorprende dunque che nel suo Omaggio a Picasso Zigaina abbia scelto per ben tre volte di incidere la madre persa nel suo dolore con il figlio morto tra le braccia: il motivo senza dubbio più tremendo di una composizione già tremenda di per sé come Guernica. Ma è sintomatico che al toro e al cavallo dell'artista catalano il pittore friulano abbia sostituito la sagoma di un insetto gigantesco il cui assalto assomiglia a una raffica di frecce. Con mezzi diversi derivati dalla diversità della loro origine, i due artisti vanno al di là dell'orrore e dei riferimenti storici della scena rappresentata per esaltarne i protagonisti nel loro slancio parossistico fino all'atemporalità tragica. L' Omaggio a Picasso costituisce sicuramente una chiave. La lotta di Zigaina con la vita, la sua apprensione dinanzi alla realtà (che rasenta l'angoscia, a tratti il terrore) si traduce nella tensione delle forme, nella esasperazione del segno, nell'implacabilità del colore, nell' irrefragabilità della luce. In ultima istanza, quando la pressione non può più essere contenuta, sorgono dal nulla minacciosi insetti mostruosi, visitatori notturni, farfalle funebri che scortano l'esistenza come un tempo le Erinni scortavano il bagliore assassino della vendetta.
È in questo contesto - o forse mi sbaglio in questa supposizione? - che viene a illuminarsi la figura del padre dell'artista. Dietro lineamenti relativamente riconoscibili, Zigaina dipinge non tanto un ritratto quanto piuttosto la missione di cui il padre è investito: «Mio padre che ascolta», si legge più volte scritto a mano in basso sulla tela. Come se fosse destinato al padre il ruolo di vendetta, di messaggero, di custode, molto più del coro che, nella tragedia classica, canta e danza nell'orchestra per annunciare, commentare, spiegare il senso dell'azione che sfugge agli eroi colpiti dal destino. È il padre, con l'orecchio teso, a vegliare ai confini dell'ignoto. Forse è ancora lui che accompagna l'astronave o che si manifesta in forma di astronave, come elemento di raccordo fra la terra e il cielo, così come il padre e il figlio sono i termini del passaggio delle generazioni. Più generalmente ancora, sono gli emblemi della transizione fra l'uomo e l'animale, fra l'uomo e la macchina, fra il sogno e la veglia a dare un'impronta specifica all'opera dell'artista. Non c'è Dio infatti che non si affidi all'ambiguità per rischiarare e simultaneamente ispessire la sua parola. Edipo, il solo ad aver risolto l'enigma della sfinge, non possiede che una sola opportunità prima di soccombere alla maledizione che lo aspetta una volta varcate le mura di Tebe.
Non mi è consentito portare avanti questo approc- cio comparativo che meriterebbe d'altrondé di essere condotto minuziosamente con citazioni e illustrazioni alla mano. Forse qualcuno lo farà, un giorno, tenuto conto dell'impellenza del compito. Per quanto mi riguarda, vorrei cercare ancora di definire la sontuosità di quei fiori regali, i girasoli, che risultano uno dei motivi prediletti dall'artista il quale talvolta li predispone all'interno del quadro, talaltra li dipinge in primo piano, come sulla tenda di una porta chiusa. L'elianto si volge verso una faccia sconosciuta della luce, come se il sole stesso racchiudesse una parte d'ombra? Non potrebbe esistere un eliotropismo delle tenebre? Non è forse a questo, alla parte opaca della profondità celeste che soccombe Medea? Dopo aver attentato alla vita del fratello e a quella del padre per assicurare il trionfo di Giasone, di cui condivide da anni il gia ciglio, eccola che, senza esitare, condanna a morire fra atroci sofferenze la nuova donna che il suo sposo si è scelta; e, spingendo al culmine la crudeltà, uccide con le sue stesse mani i figli nati dalla sua unione con Giasone. Immagino - anche se si tratta di una supposizione - che Medea abbia commesso l'ultimo sacrificio prima che il carro alato di Zeus la trascinasse via con le vesti macchiate di sangue nel pesante costume di gala delle regine: simile a una notturna tenda di girasoli, appena rischiarata da una glauca gemma. E se fosse così per i visitatori che Zigaina evoca e che non finiscono mai di attraversare i cieli notturni?

Paragone forzato? Occorre ricordare - ed è un'altra coincidenza - che Zigaina ha fatto scoprire la laguna di Grado al suo amico Pasolini nel momento in cui quest'ultimo cercava un luogo dove girare Medea? O ricordare ancora che ogni giorno portava la Callas «già truccata, con i veli e le collane pesanti», la Callas «che aveva qualcosa di sacro e dopotutto di naturale in quel paesaggio arcaico », a bordo dell' "Istanbul"?
Queste coincidenze possono fare sorridere ma non delineano forse a modo loro il destino di Medea, o quello di Pasolini, o ancora quello della Callas?... L'interrogativo ad ogni modo si impone, come si impone per tante opere di Zigaina che portano espressamente questo titolo: «verso la laguna». Non voglio indulgere all'aneddoto. Ma come non prestare ascolto alle storie fatte di parole correnti, come non volgere lo sguardo alle immagini familiari che, le une come le altre, al di là del loro contenuto manifesto rivelano la dimensione nascosta della nostra condizione? « Le vicende degli uomini non ora per la prima volta io reputo un'ombra» dichiara Euripide alla fine di Medea per bocca del messaggero. A cui fanno eco le parole di René Char: «La lucidité est la blessure du soleil». È verso questa lucidità che ci conduce l'opera di Zigaina; grazie all'aprirsi delle lagune, ci inoltra nei sentieri della conoscenza. Non senza, certo, moltiplicare le anatomie che, in quanto luminose ferite, testimoniano della nostra esistenza trionfante e irrisoria. La lucidità fa appello alla nostra coscienza, che il vivere conduce al morire. «Et, de tous les êtres ici-bas, de le savoir». E, per tutti gli esseri quaggiù, di saperlo. Sapere sovrumano per una vita interamente umana. Questa è forse, abbagliante, la rivelazione del tragico rivisato.

René Berger

Ce texte est tiré du livre: ZIGAINA, Editions Kara, 1991, pages 284
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